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giovedì 20 dicembre 2012

Testimonianze di santità diaconale [2]



Segnalo alcuni articoli apparsi sulla rivista Il Diaconato in Italia, n° 175, numero monografico dal titolo Testimonianze di santità diaconale. Articoli che ho riportato nel mio sito di testi e documenti.





Testimoni di santità diaconale (Contributo)
di Enzo Petrolino

(Alcuni stralci)
[…] Se la santità è una, le forme per concretizzarla sono molteplici. Secondo i doni e gli uffici propri di ciascuno. […]
La santità non è però una qualità individuale. Ognuno è chiamato come membro di un corpo. Da qui l'esigenza della dimensione ecclesiale: tutti siamo nella chiesa per aiutarci reciprocamente ad essere santi. […]
Ma come diaconi ci siamo santificati? Non fuggendo di fronte alle difficoltà. Strumenti utili: preghiera profonda, meditazione. Siamo santi quando riusciamo ad amare come Gesù. Lo specifico della santità diaconale? Stabilità dell'impegno ministeriale, serietà, cura verso i poveri. Infine, l'attenzione prioritaria verso la Parola, sia per la maturazione interiore che per quella sociale. Continuità nella vita liturgica e di preghiera. Il diacono non è se stesso se non è servo. Non risponde in pienezza alla sua vocazione di santità se non mette in opera la grazia di servire che ha ricevuto. Il dono diventa impegno, la santità sforzo di santificazione.
Il diacono si santifica servendo «i misteri di Cristo e della Chiesa» (LG 41). […]
[…] La santità specifica del diacono è quella propria della sua vocazione, ma anch'essa, come quella di ogni chiamata, segue la "misura alta" della proposta ordinaria di vita cristiana. […]
[…]   Leggi tutto…


La diaconia martiriale di san Lorenzo (Approfondimento)
di Giovanni Chifari

[…]
La diaconia di san Lorenzo.
Può una figura o un modello illustrare più in profondità il senso teologico del ministero ordinato, in questo caso del diaconato? Proveremo a rispondere presentando la testimonianza del diacono Lorenzo, la cui vita ed opere lasciano trasparire l'azione stessa di Cristo nel suo discepolo e la novità di vita per la quale egli ha offerto la sua esistenza al progetto della divina provvidenza. […]
Quale modello di santità?
[…] Non dobbiamo intendere la diaconia martiriale di Lorenzo come la grande testimonianza di un eroe o l'esito di un attacco motivato dall'odium fidei, ma come il sigillo dell'opera della grazia divina che mediante lo Spirito Santo sanciva adesso una donazione che era iniziata tanto tempo prima, con la conversione, la fede e la sequela di Cristo per amore, forgiando gradualmente una disponibilità che era divenuta assimilazione e conformazione, costantemente alimentata dall'ascolto della Parola, dal servizio eucaristico e dall'attenzione verso i poveri e gli ultimi. […]
[…] Il modello di santità diaconale che emerge dalla testimonianza profetica del martire Lorenzo è allora da rintracciare nell'inevidente quotidianità del suo discepolato, nella costante conversione a Cristo secondo una disponibilità che ha consentito allo Spirito Santo di completare la sua opera, offrendo mediante il proprio umile servo "nuove energie" alla sua Chiesa. […]
[…]   Leggi tutto…


Santità diaconale? (Riflessioni)
di Andrea Spinelli

Il punto di domanda non vi tragga in inganno, poiché non esprime alcun dubbio circa il fatto che anche i diaconi, come tutti i battezzati, devono essere santi. «Siate santi, poiché io sono santo» (Lv 11,44-45): l'invito del Signore è forte e chiara la motivazione. Dunque la santità è una chiamata universale, che oggi, forse più di ieri, abbiamo compreso non avere sorta di eccezioni: è banale, ma lo diciamo, dall' "ultimo" (passi l'attributo) cristiano, sperduto sulla faccia della Terra, sconosciuto ai più, ma ben conosciuto a Dio, il Santo dei santi, al fedele più in vista, al papa se vogliamo, la santità è un imperativo, una realtà costitutiva, conditio sine qua non!
Allora come possiamo ipotizzare una santità particolare? […]
[…]   Leggi tutto…



mercoledì 19 dicembre 2012

Al servizio dell'Annuncio


Al servizio dell'Annuncio – Vocazione e un evento di grazia.
Con questo titolo il settimanale Vita Nuova, della diocesi di Trieste, diocesi dove sono stato ordinato diacono ed alla quale sono particolarmente legato, nel numero del 14 dicembre u.s. ha pubblicato la notizia dell'ordinazione di due nuovi diaconi permanenti, Giorgio Bortelli e Gabriele Marucelli.
L'augurio più bello a questi nostri fratelli ed il ricordo speciale nella preghiera!


Così l'articolo di Francesca Gadaleta:

Nel giorno della solennità dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria nella Cattedrale di San Giusto l'Arcivescovo, mons. Giampaolo Crepaldi, ha ordinato due nuovi Diaconi: Giorgio Bortelli e Gabriele Marucelli. Inizialmente, il Vescovo ha parlato di cosa davvero festeggiamo in questo giorno: la Madonna fu preservata dal peccato originale, che a noi tutti viene cancellato per mezzo del Battesimo. «Anche Maria, come noi, arrivò in un mondo immerso nel male e contaminato; ma in Lei, l'azione redentrice di Gesù Cristo, ha mostrato il massimo della potenza. Fin dal primo istante questa creatura fu in comunione con Dio; nessun dissidio interiore ha lacerato l'armonia del suo animo. L'ha tutelata anticipatamente da ogni male. La redenzione è stata per lei la medicina che previene il deperimento ed evita la ferita» ha detto l'Arcivescovo.
È in questo contesto che si è celebrata l'ordinazione di due nuovi Diaconi con i quali, attraverso l'omelia, mons. Crepaldi ha voluto ripercorrere le tappe del cammino della vocazione cristiana da loro compiuto. La prima chiamata che è stata loro rivolta è stata quella del Battesimo che ha tolto il peccato originale. Poi, sicuramente non meno importante, ha ricordato le famiglie in cui sono nati che hanno trasmesso loro la fede. Inevitabile ricordare la mèta che si è chiamati a raggiungere: «In chiesa si entra uno ad uno, chiamati per nome. Su di voi il giorno del Battesimo sono stati invocati i Santi per ricordarvi che siete chiamati alla santità». Ha ricordato, poi, che così come diceva Sant'Agostino: «Per voi io sono Vescovo, con voi sono cristiano». Così anche Giorgio e Gabriele sono chiamati a dire: «Per voi sono Diacono, con voi sono cristiano». Una seconda chiamata di Dio a Giorgio e Gabriele è stata quella al Matrimonio: assieme alle loro spose sono stati chiamati a divenire testimoni autorevoli, prima di tutto verso i propri figli. Il Vescovo ha voluto ringraziare le mogli per aver dato il consenso al diaconato dei mariti, affinché essi possano compiere i loro impegni diaconali. Ha ricordato loro che è nella propria famiglia che si è prima di tutto chiamati a creare una Chiesa domestica Come Diaconi sono invitati ad andare incontro anche alle altre famiglie, a coltivare la vocazione alla comunità cristiana. Essendo la nostra chiesa missionaria, sono però chiamati a svolgere opera di catechesi anche al di fuori, andando verso i più bisognosi, nelle scuole o negli ambienti di lavoro.
Infine ha parlato della vocazione alla quale in questo giorno sono stati chiamati. Ricordando che proprio l'8 dicembre del 1965 il Concilio Vaticano II ripristinò il Diaconato Permanente, mons. Crepaldi ha spiegato che il Diaconato è una chiamata e un evento di grazia. Il Diacono ha vari compiti, tra cui poter annunciare il Vangelo, predicare la Parola di Dio, distribuire l'Eucaristia, assistere e benedire il Matrimonio: è un Ministro di Cristo a tutti gli effetti al quale serve una continua crescita spirituale. Il diacono - vista anche l'etimologia della parola greca diákonos che significa servitore - è perciò chiamato a porsi a beneficio del prossimo: «Il Cristianesimo è servizio». L'intera vita del Diacono è richiamo costante a servire e seguire l'esempio di Cristo: che si adopera per gli altri, che proclama la Parola di villaggio in villaggio, che offre la sua vita in sacrificio. Dopo averli benedetti, il Vescovo ha affidato a Maria questa loro dedizione alla Chiesa e li ha invitati ad essere solleciti nel portare a tutti il Vangelo.



venerdì 14 dicembre 2012

La gioia di incontralo nel migliore dei modi


3a domenica di Avvento (C)

Appunti per l'omelia

Nella liturgia di questa domenica domina il tema della gioia. Il profeta Sofonia (cf Sof 3,14-17) esorta la «figlia di Sion», il resto di Israele rimasto fedele, a dare libero sfogo alla propria felicità, una gioia intensa ed incontenibile, perché Dio ha liberato il suo popolo e stabilisce la sua presenza in mezzo ad esso, come «salvatore potente». Una presenza efficace che rende forti contro ogni paura e scoraggiamento: «Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia».
Abbiamo appena celebrato la festa dell'Immacolata ed abbiamo contemplato Maria come la "vera figlia di Sion", vera rappresentante del "resto di Israele" ed in definitiva dell'umanità. Anche a lei, con le parole dell'angelo, sono rivolte le parole: "Rallegrati", "Non temere", perché "il Signore è con te". Grazie al Figlio che porta in seno, la presenza di Dio in mezzo al suo popolo raggiunge la sua perfezione somma ed inaspettata.
A questo pressante invito alla gioia fanno eco anche le parole di san Paolo a "rallegrarsi": non è una gioia qualsiasi, ma è "nel Signore", cioè nel Cristo morto e risorto, nel rapporto vitale con lui. Il suo invito lo rivolge dal carcere! È una gioia, allora, che nessuna prova e dolore è in grado di spegnere, una gioia non a intermittenza, ma senza interruzione: «Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto, siate lieti» (Fil 4,4). Ed è una gioia che porta il nostro cuore ad un abbandono fiducioso in Dio, in una confidenza con Lui dove le nostre preoccupazioni sono unite alla riconoscenza per i favori ricevuti: «Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti» (Fil 4,6). È una gioia frutto dell'amore.
In questo contesto vediamo Giovanni Battista (cf Lc 3,10-18), annunciando la buona novella al popolo, chiamare tutti alla conversione. Sono le "folle", i "pubblicani", "i soldati", gente comune o invisa ai più a causa della professione o gente di provenienza pagana come i soldati, i più, forse, lontani da Dio.
Ma hanno capito che se la conversione è ritornare al Signore e volgere a Lui interamente il proprio cuore, ciò deve avvenire in modo molto concreto. Ecco allora la domanda: «Che cosa dobbiamo fare?».
Chi ascolta la Parola non può limitarsi a dire: "Che bello! Interessante!", ma si chiederà: "Come non essere più quello di prima? Come cambiare la mia vita?". A tutti è data la possibilità di convertirsi. E la risposta del Battista è chiara e concreta: nessuna professione esclude la salvezza. Non si tratta di cambiare mestiere, ma il modo di esercitarlo. Anzitutto convertirsi significa praticare la solidarietà e la condivisione: «Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha…»; significa rispettare la giustizia evitando ogni forma di sopruso e di sopraffazione, così per gli esattori delle tasse o per i soldati.
Preparasi col cuore sincero all'incontro con il Signore che viene, significa lasciarsi battezzare da Lui, essere cioè "immersi" nello Spirito Santo che è l'infinita vitalità di Dio, nel suo amore che è fuoco che purifica, trasforma e rigenera e che ci unisce intimamente a Lui. Egli però ha in mano anche il "ventilabro", espressione del suo giudizio.
Così, se davanti a noi è l'attesa per l'incontro con Gesù che viene, la nostra vita si colora di gioiosa speranza e di grande responsabilità: si tratta infatti di vivere per incontralo nel migliore dei modi.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
E noi che cosa dobbiamo fare? (Lc 3,14)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
•  di Marinella Perroni (VP 2012)
•  di Claudio Arletti (VP 2009)
•  di Enzo Bianchi




giovedì 13 dicembre 2012

La preghiera di intercessione, via alla santità ministeriale


Dal numero 175 della rivista Il diaconato in Italia, numero monografico dal titolo Testimonianze di santità diaconale, segnalo l'Editoriale di Giuseppe Bellia, La preghiera di intercessione, via alla santità ministeriale.
Riporto alcuni stralci, rimandando per l'intero articolo al mio sito di testi e documenti.

«…mi sembra che nel nostro tempo si debba privilegiare come santità ciò che è più conforme a Cristo; santo è chi imita il Verbo che si è fatto carne per darsi al mondo in puro dono, secondo quella toccante parola del vangelo di Giovanni dove Gesù, nel suo discorso di addio, grida al Padre: "Per loro io consacro/santifico me stesso, perché siano anch'essi consacrati/santificati nella verità" (Gv 17,19)».

«[Cristo] non ha interpretato e realizzato la consacrazione come distacco dal mondo, ma come immolazione volontaria a vantaggio del mondo. Anzi, in questo consacrarsi in favore del mondo è racchiuso il senso più autentico della missione apostolica, come anche del servizio ministeriale. Infatti, proprio in quell'inarrivabile pericope giovannea si legge: "Consacrali nella verità ... Come tu hai mandato me nel mondo anch'io ho mandato loro nel mondo" (Gv 17,17-18)».

«Giovanni trova opportuno e coerente inserire queste parole del Signore: "Se uno mi vuoi servire mi segua" (12,26), definendo così in modo nuovo il senso della santità richiesta al ministro della Nuova Alleanza. Cogliere il movimento unitario che lo Spirito imprime all'obbedienza del Figlio che, a beneficio dei suoi e di tutti gli uomini, si consacra all'amore del Padre, consente di estendere lo sguardo anche sulla reale natura della invocazione conclusiva di Gesù nell'ultima cena; il brano rivela che la sua preghiera sacerdotale si configura come potente preghiera d'intercessione. Una modalità di preghiera che rivela la mediazione salvifica di Cristo che illumina anche la natura del ministero cristiano; eppure, spesso, è obliata e sottostimata. Intercedere significa stare tra le parti, mettersi di mezzo, intromettersi per evitare incomprensioni, divisioni e fratture insanabili; è un interporsi per fare pace, per riconciliare».

«…la santità dei ministri si realizza nell'esercizio ordinario del loro ministero (PO 5). Essere per il mondo senza essere del mondo è la santità richiesta al discepolo e, a maggior titolo, al ministro inviato in missione. Questi, sostenuto dalla preghiera di Gesù che intercede presso il Padre, non deve separarsi come i leviti dal mondo esterno, ma operare per la salvezza del mondo secondo la sapienza rivelata da Cristo: "non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno" (Gv 17,15)».

«Non c'è nell'esempio lasciatoci da Cristo, e non ci dovrebbe essere nella vita della Chiesa, una mediazione stratificata e gerarchica che prevede un relazionarsi tra livelli corrispondenti di valore mondano, com'è diventato di abitudine nella prassi ecclesiastica; si accetta come qualcosa di naturale, di ovvio che l'alto clero abbia relazione con i potenti di turno, mentre ai preti di periferia e ai diaconi resta da mediare con poveri ed emarginati. Gesù ha santificato se stesso accettando l'impotenza assoluta della croce perché ha creduto che la sua mediazione sacerdotale si compiva per la sua obbedienza per mezzo dell'opera misteriosa dello Spirito».

Conclude con "l'intercessione del card. Martini": «Intercedere vuoi dire mettersi là dove il conflitto ha luogo, mettersi tra le due parti in conflitto. Non si tratta di articolare un bisogno davanti a Dio... stando al riparo... Neppure semplicemente assumere la funzione di arbitro o di mediatore, cercando di convincere uno dei due che ha torto e che deve cedere... giungere a un compromesso. Intercedere è un atteggiamento molto più serio e coinvolgente: è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio di questa posizione» (Verso Gerusalemme, 139).



venerdì 7 dicembre 2012

In cammino… crescendo nell'amore


2a domenica di Avvento (C)

Appunti per l'omelia

«Deponi, o Gerusalemme, le vesti del lutto e dell'afflizione, rivestiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre» (Bar 5,1). Con immagini scintillanti il profeta Baruc (5,1-9), invita Gerusalemme ad aprire il cuore alla speranza ed alla gioia, perché il popolo sta per ritornare da tutti i luoghi in cui si trova disperso, perché il Signore lo radunerà; anzi, si incarica di «spianare ogni alta montagna, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio». È il viaggio di ritorno, nella gioia, verso la patria, che sarà custodito e avvolto dalla presenza operante di Dio, dalla sua "gloria".
Ma la promessa di Dio ha cominciato a compiersi in modo vero e pieno quando Egli «ha visitato e redento il suo popolo» (Lc 1,68) attraverso il Messia Gesù. Per questo i cristiani, liberati da Gesù, sanno di essere loro i destinatari dell'annuncio di Baruc.
Come non riconoscere, allora, negli esuli di Israele che ritornano, la Chiesa quale popolo di Dio in cammino verso la casa del Padre e in Gerusalemme, che vede i figli riuniti dal Signore, la santa madre Chiesa?
Il Signore, lo sappiamo, già opera nella Chiesa e nei singoli credenti; ma è nella logica del suo amore che quanto ci dona fin d'ora raggiunga poi, nel tempo stabilito da Lui, una misura completa e sovrabbondante. Ciò avverrà nel «giorno di Cristo Gesù» (Fil 1,6), cioè nel momento della sua ultima venuta sia al termine della storia sia alla fine della vita per ciascuno, come ci ricorda san Paolo: «Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest'opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù» (Fil 1,6).
Come possiamo allora capire se la nostra fede è autentica e cresce, se non sperimentando che il Vangelo che annunciamo non è un dono che ci illudiamo di poter "consumare" tra di noi, senza sentire il bisogno e la responsabilità di "diffonderlo"?
Il segreto di questo dinamismo della fede sta nell'amore. «Prego – scrive san Paolo ai cristiani di Filippi (cf Fil 1,9-11) – che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento»; una carità che non può accontentarsi della mediocrità, ma che tende a «distinguere ciò che è meglio» per attuarlo con prontezza. Questa carità ricercata e vissuta prima di qualunque altra cosa ci renderà «integri ed irreprensibili per il giorno di Cristo…, ricolmi di frutti».
È il cammino della conversione, quella conversione che Giovanni Battista propone nel preparare la venuta del Cristo. L'evangelista Luca (cf Lc 3,1-6) inquadra questo avvenimento in una cornice storica ben precisa, sottolineando così che quanto racconta non sono favole, ma una storia reale. Perché in Gesù, Dio si è realmente coinvolto nella storia dell'umanità operandone la salvezza. E Giovanni è il suo profeta, il suo battistrada che prepara il popolo ad accoglierlo.
È la parola di Dio che «venne su Giovanni nel deserto… per ogni uomo», senza escludere nessuno. Nel deserto: dove è più percepibile la ricerca dell'intimità con Dio e più reale l'essenzialità dell'ascolto della sua parola.
La parola di Dio mette in moto Giovanni che «percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati».
Seguire il Battista, accettare il suo battesimo ed essere immersi in quell'acqua, segno esterno di purificazione, comporta anche oggi, come allora, un riconoscere pubblicamente di essere peccatore, bisognoso del perdono di Dio e manifestare così la volontà di disporsi a ricevere tale perdono con una condotta di vita coerente.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio! (Lc 3,6)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
•  di Marinella Perroni (VP 2012)
•  di Claudio Arletti (VP 2009)
•  di Enzo Bianchi


giovedì 6 dicembre 2012

Il sogno di Dio


Immacolata Concezione della B. V. Maria (8 dicembre)

Appunti per l'omelia

Oggi la Chiesa, l'intera famiglia dei figli di Dio, si stringe attorno a Maria nel celebrare un privilegio eccelso che il Signore le ha concesso: l'Immacolata Concezione.
Come possiamo intendere questo straordinario dono di Dio a Maria?
L'umanità, all'inizio del suo cammino, ha fatto naufragio nel rapporto con Dio: i primi uomini, lasciandosi ingannare dal Maligno, hanno rifiutato il Signore rompendo l'alleanza con Lui. Con la loro colpa hanno trascinato nello stato di lontananza da Lui anche i loro discendenti, perdendo il bene supremo dell'amicizia con Dio per sé e per noi. Come in una famiglia, quando i genitori fanno una scelta sbagliata, le conseguenze ricadono anche sui figli. Così, ogni uomo nasce con questa tragica eredità. Dio, però, nel suo amore misericordioso ha promesso fin dall'inizio la vittoria dell'umanità sul male e ha poi inviato il Salvatore, figlio di una vergine: Gesù, che col suo sacrificio ha liberato gli uomini dal peccato che li teneva schiavi lontano da Dio e li ha riportati in braccio al Padre.
Tutto questo, però, si realizza per ognuno nella misura in cui si unisce a Gesù nella fede e nei Sacramenti. È la realtà della Redenzione.
Maria anche lei è stata redenta da Cristo. Ma in modo unico e specialissimo: è stata liberata dal peccato in modo "preventivo", preservata cioè dall'esperienza stessa del peccato.
Noi tutti siamo stati liberati e tratti fuori per pura grazia dallo stato di inimicizia e lontananza da Dio. Maria è stata trattenuta dal precipitarvi. Non fu tirata fuori dal fango come noi, ma fu preservata dal cadervi. In lei rifulge, così, maggiormente l'opera della grazia di Dio: Maria è la prima redenta, redenta in modo sublime e singolare.
È l'Immacolata, la "senza macchia", la "tutta bella", proprio perché è il contrario del peccato in tutte le sue espressioni. È la creatura che appartiene a Dio nella forma più intensa ed esclusiva. Ella esprime la relazione con Dio nella forma più alta e vertiginosa, oltre ogni nostra immaginazione.
È la "tutta santa", la "piena di Spirito Santo", limpida trasparenza di Dio. È la " piena di grazia", amata da Dio in modo superlativo e fuori ogni misura, trasformata dal suo amore gratuito e resa accetta a Lui, piena di Dio fino a traboccarlo.
Maria è la creatura perfettamente realizzata nella quale l'umanità raggiunge ed esprime il meglio di sé. È il "fiore dell'umanità" e di tutto il creato. L'umanità, nella sua storia di luci e di ombre, di miserie e di fallimenti, è come un immenso stelo che però fiorisce in Maria. Questo fiore con la sua umile bellezza affascina lo sguardo di Dio, che - come attratto e sedotto - si piega su di lui: questo fiore, che diventa poi frutto: "il frutto benedetto del tuo seno, Gesù".

Il sogno di Dio nel creare l'uomo a sua immagine finalmente si realizza. Dio ricomincia da Maria, inizio della nuova umanità. Concedendo a Maria questo privilegio singolare, il Signore non ha voluto soltanto prepararla a essere "degna Madre del suo Figlio", ma ci assicura che quanto ha fatto per lei vuol farlo anche per noi, per la Chiesa, per tutti gli uomini.
Maria è veramente il sogno di Dio!



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Vedi anche:

Commenti alla Parola:
•  di Marinella Perroni (VP 2012)
•  di Claudio Arletti (VP 2009)
•  di Enzo Bianchi


mercoledì 5 dicembre 2012

Una "via" speciale


Siamo ai primi giorni di questo nuovo Avvento. Un anno liturgico si è concluso, accompagnati dal Vangelo di Marco, dove abbiamo potuto accostarci sempre più alla persona di Gesù e vederlo tutto proteso verso i poveri, gli ammalati, gli esclusi. E vederli guariti e riscattati. Iniziando il nuovo anno della Chiesa, dove mediteremo il Vangelo di Luca ed incontreremo le parabole della misericordia, mi sento richiamare all'essenziale della mia vocazione, ad approfondire sempre più il mio "essere per gli altri", in una diaconia che esprima, prima ancora le cose da fare o le opere da compiere, il modo di essere di Dio, che è amore, sull'esempio di Gesù. Un amore che faccia incontrare Dio, che mi porti all'unione con Lui.
Essere continuamente proiettato fuori, a contatto con tante persone, sul lavoro, nel servizio al prossimo… e desiderare sempre più l'intimità col Signore.
Ed è Gesù, che è maestro, a farmi sperimentare che proprio il mio prossimo, proprio lui che un tempo poteva essere visto come un ostacolo all'unione con Dio, diventa un'apertura, una porta per aprire un varco ed incontralo.
Certo, solo l'amore, quello che ha in Dio la sua radice, può operare il miracolo di non lasciarmi influenzare da tutto quel negativo che incontro nel mio stare con gli altri e non perdere la pace. È una ginnastica continua. È amare ogni persona che incontro, una ad una, tutta la giornata, con quell'arte di amare che è divina, perché possibile solo con l'amore infuso nel cuore dallo Spirito Santo.
Alla fin della giornata, nel momento di raccogliermi interiormente, posso sperimentare ed avvertire in fondo al cuore la presenza di Dio. E ringraziarlo con tutto me stesso, perché Egli è venuto in noi, perché noi siamo andati a Lui nei fratelli.
Il fratello, amato così, è veramente una "via" speciale per arrivare a Dio ed entrare nel suo Cuore.
Via nuova, moderna, che non mi costringe ad isolarmi per incontrare Dio, ma diventa una particolare strada per arrivare a Lui. È proprio vero, come ebbe a dire Giovanni Paolo II, che la via della Chiesa oggi è l'uomo.


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