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lunedì 30 maggio 2016

Giubileo dei Diaconi: Uomini a servizio, disponibili e miti


Abbiamo concluso ieri il Giubileo dei Diaconi. Si sono fissate in cuore le parole che papa Francesco ci ha rivolto all'omelia durante la Messa celebrata in piazza San Pietro, che si potrebbe sintetizzare: Uomini a servizio, disponibili e miti, perché Gesù lo è stato per primo. Servitore di tutti, del fratello atteso e di quello non previsto, elastico nell’accogliere e fare spazio a chi ha bisogno, non un burocrate del sacro per cui anche la carità, la vita parrocchiale, sono regolate da un orario di servizio.

Il Giubileo ha visto una massiccia presenza di diaconi (moltissimi accompagnati dalle loro spose ed anche dai figli) provenienti da tutto il mondo.
Tre giorni importanti ed intensi di catechesi, preghiera, di fraternità…, dove, nel pellegrinaggio verso la Porta Santa, abbiamo portato nel nostro cuore tutti coloro che avremmo voluto accanto in quel momento, ma che per diversi motivi non erano presenti, perché ammalati o troppo anziani… oppure perché hanno perso la fede. Abbiamo raccolto tutti nel nostro cuore e portati con noi verso la Porta della Misericordia, accompagnati dalle parole del Salmo 122 «Quale gioia, quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore"…».

Il nostro Giubileo è iniziato il pomeriggio di venerdì 27 maggio. Ci siamo incontrati in diverse basiliche, divisi per gruppi linguistici. Il tema di questo primo incontro: "Il Diacono, Immagine della misericordia per la promozione della nuova evangelizzazione: nella famiglia, nella pastorale, nell'ambiente di lavoro". Tre temi-testimonianze presentati da altrettanti diaconi.
Il giorno di sabato 28 maggio, iniziato con il pellegrinaggio alla Porta Santa, è terminato con la catechesi dal titolo: "Il Diacono: Chiamato a essere dispensatore della carità nella comunità cristiana". Nella basilica dove ero stato assegnato, relatore: il vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, mons. Camisasca, che ci ha coinvolti intensamente.

La domenica mattina, 29 maggio, la Messa con Papa Francesco, in Piazza San Pietro.
Esperienza indimenticabile, profonda…, senso di appartenenza, amore per la Chiesa, per il Papa…, per l'umanità che siamo chiamati a servire… nella totale disponibilità.
«Il servitore – ha detto Francesco - ogni giorno impara a distaccarsi dal disporre tutto per sé e dal disporre di sé come vuole. Si allena ogni mattina a donare la vita, a pensare che ogni giorno non sarà suo, ma sarà da vivere come una consegna di sé. Chi serve, infatti, non è un custode geloso del proprio tempo, anzi rinuncia ad essere il padrone della propria giornata. Sa che il tempo che vive non gli appartiene, ma è un dono che riceve da Dio per offrirlo a sua volta: solo così porterà veramente frutto. Chi serve non è schiavo dell’agenda che stabilisce, ma, docile di cuore, è disponibile al non programmato: pronto per il fratello e aperto all’imprevisto, che non manca mai e spesso è la sorpresa quotidiana di Dio. Il servitore è aperto alla sorpresa, alle sorprese quotidiane di Dio. Il servitore sa aprire le porte del suo tempo e dei suoi spazi a chi gli sta vicino e anche a chi bussa fuori orario, a costo di interrompere qualcosa che gli piace o il riposo che si merita… Così, cari diaconi, vivendo nella disponibilità, il vostro servizio sarà privo di ogni tornaconto ed evangelicamente fecondo».

Ed infine il breve, ma intenso, incontro con Francesco, che esprime tutto l'amore dato e ricevuto. Un attimo, uno sguardo, una stretta di mano, un bacio e le parole che spontaneamente mi sono uscite dal cuore: "Grazie, Santo Padre, per la sua vita…".




venerdì 27 maggio 2016

Siamo ricchi di ciò che doniamo


Santissimo Corpo e Sangue di Cristo (C)
Genesi 14,18-20 • Salmo 109 • 1 Corinzi 11,23-26 • Luca 9,11b-17
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Congeda la folla… qui siamo in una zona deserta
Gli apostoli hanno a cuore la gente, ma solo in parte, è come se dicessero: lascia che ognuno si risolva i suoi problemi da solo. Gesù non li ascolta, lui non ha mai mandato via nessuno, vuole fare di quel deserto, di ogni nostro deserto, una casa dove si condividono pane e sogni.
Per i discepoli Gesù aveva finito il suo lavoro: aveva predicato, aveva nutrito la loro anima, era sufficiente. Per Gesù no. Lui non riusciva ad amare l'anima e a non amare i corpi: parlava alle folle del Regno di Dio e guariva quanti avevano bisogno di cure. L'uomo, infatti, non «ha» un corpo, «è» un'anima-corpo senza separazioni.

Voi stessi date loro da mangiare
Il miracolo della condivisione dei pani e dei pesci - il Vangelo non parla di moltiplicazione - inizia con una richiesta illogica di Gesù ai suoi: Date loro voi stessi da mangiare. Ma gli apostoli non sono in grado, hanno soltanto cinque pani…. La sorpresa di quella sera è che poco pane condiviso con gli altri è sufficiente, che la fine della fame non sta nel mangiare a sazietà, da solo, il tuo pane, ma nello spartire con gli altri il poco che hai, il bicchiere d'acqua fresca..., un po' di tempo, un po' di cuore. Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato alla fame d'altri.
Gesù avanza questa pretesa irragionevole e profetica per dire a noi, alla Chiesa tutta di seguire la voce della profezia, non quella della ragione; di imparare a ragionare con il cuore, un cuore sognatore di chi condivide anche ciò che non ha. Doniamo, allora, anche il tempo che non abbiamo. Non conta la quantità ma l'intensità. E vedremo che il tempo e il cuore donati si moltiplicheranno. Vedremo che ritorneranno ore più liete, giorni più sereni, un cuore ricolmo di gioia.

Tutti mangiarono a sazietà
Quel «tutti» è importante. Sono bambini, donne, uomini. Sono santi e peccatori, sinceri o bugiardi, donne di Samaria con cinque mariti e altrettanti divorzi, nessuno escluso.
Così Dio immagina la sua Chiesa: capace di insegnare, guarire, saziare, accogliere senza escludere nessuno, capace come gli apostoli di accettare la sfida di mettere in comune tutto quello che ha. Capace di operare miracoli, che non consistono nella moltiplicazione di beni materiali, ma nella prodigiosa e creativa moltiplicazione del cuore.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Tutti mangiarono a sazietà (Lc 9,17)
(vai al testo) - (---> pdf, formato A4, stampa f/r per A5)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (2/06/2013)
Voi stessi date loro da mangiare (Lc 9,13)
(vai al testo…)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
Il dono che è per tutti (31/05/2013)

Commenti alla Parola:
•  di Luigi Vari (VP 4.2016)
•  di Marinella Perroni (VP 4.2013)
•  di Claudio Arletti (VP 5.2010)
•  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Giorgio Trevisan)

mercoledì 25 maggio 2016

Intervista sul diaconato a
Mons. Ivo Muser,
Vescovo di Bolzano-Bressanone


Riprendo le interviste ai vescovi delle diocesi italiane sul diaconato permanente e i diaconi delle loro diocesi, pubblicate nella rivista L'Amico del Clero della F.A.C.I. (Federazione tra le Associazioni del Clero in Italia).
Le interviste sono curate da Michele Bennardo.

Michele Bennardo, diacono permanente della diocesi di Susa, ha conseguito il Dottorato in Teologia presso la Pontificia Università Lateranense. È professore di religione cattolica nella scuola pubblica e docente di Didattica delle competenze e di Didattica dell'Insegnamento della Religione Cattolica e Legislazione scolastica all'ISSR della Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, Sezione parallela di Torino. È autore di numerosi testi e articoli e dal 2005 collabora con L'Amico del Clero.

Ho riportato le varie interviste nel mio sito di testi e documenti.

Nel numero 5 (maggio 2015) de L'Amico del Clero è pubblicata l'intervista a Mons. Ivo Muser, Vescovo di Bolzano-Bressanone.

Alla domanda "Quali requisiti ritiene siano indispensabili per un candidato al diaconato permanente?", mons. Muser ha risposto: «La loro disponibilità a lasciarsi guidare dall'azione dello Spirito Santo in un atteggiamento di fede che si concretizza in una testimonianza concreta in famiglia, se sposati, e nella comunità di appartenenza. Non va sottovalutato poi l'aspetto di attenzione verso le povertà emergenti, le nuove "periferie" come sottolinea Papa Francesco. Non da ultimo una disponibilità a condividere la fraternità con il presbiterio diocesano. Questo per quanto riguarda l'aspetto umano-pastorale.
Ovviamente è fondamentale anche la preparazione teologica che i nostri candidati al diaconato permanente sono chiamati ad acquisire».

E alla domanda: "Quale cammino formativo (umano, spirituale, teologico, liturgico e pastorale) è attualmente previsto nella sua diocesi per chi diventa diacono?", ha risposto: «La diocesi di Bolzano-Bressanone desidera promuovere e sostenere il servizio diaconale nelle singole parrocchie e in tutti gli ambiti della vita diocesana. A chi si candida per il ministero diaconale come presupposti generali chiediamo: una vita di fede personalizzata, esperienze nell'ambito pastorale-caritativo-diaconale attraverso la collaborazione parrocchiale nelle associazioni o in istituzioni, una fede vissuta associata ad un atteggiamento positivo verso la Chiesa. Riguardo la professione chiediamo un buon inserimento nell'ambito di lavoro, una salute fisica e psichica che sono fattori fondamentali. La formazione teologica che può essere sia accademica presso lo Studio Teologico Accademico di Bressanone, Facoltà teologica in Italia o all'estero o una formazione teologica non accademica presso l'Istituto di Scienze Religiose, o una formazione riconosciuta dalla Diocesi come equivalente.
Riguardo la formazione spirituale sono previsti ritiri ed esercizi spirituali annuali, oltre che incontri periodici con la fraternità diaconale. Nell'ambito caritativo i nostri candidati prima dell'ordinazione svolgono un anno di approfondimento, conoscenza e collaborazione presso la Caritas diocesana e una settimana residenziale al Cottolengo di Torino. Riguardo la liturgia viene loro proposto un approfondimento liturgico del ministero diaconale, i suoi compiti e le sue prerogative, inoltre cerchiamo di aiutare i candidati e i diaconi ad approfondire con competenza l'ambito omiletico, proponendo loro dei seminari di studio su questo tema. Per quanto riguarda la pastorale puntiamo molto ad una fattiva collaborazione con i presbiteri e con i laici, soprattutto anche in merito alla realtà delle Unità pastorali».

Vai all'intervista…

venerdì 20 maggio 2016

La vita… che si spegne se non si dona


Santissima Trinità (C)
Proverbi 8,22-31 • Salmo 8 • Romani 5,1-5 • Giovanni 16,12-15
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Lo Spirito mi glorificherà: prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà
La Trinità si delinea, nel Vangelo di oggi, non come fosse un dogma astratto ma come una azione che ci coinvolge, che coinvolge la nostra vita.
Lo Spirito mi glorificherà perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. La gloria per Gesù, la pienezza della sua missione consiste in questo: che tutto ciò che è suo sarà anche nostro. Dio gode nel mettere in comune. Il Figlio è venuto a trasmettere se stesso e far nascere in noi tutti un Cristo iniziale, un germe divino incamminato.

Tutto quello che il Padre possiede è mio
Il segreto della Trinità è una circolazione di doni dentro cui è preso e compreso anche l'uomo; non un circuito chiuso, ma un flusso aperto che riversa amore, verità, intelligenza fuori di sé, oltre sé. Una casa aperta a tutti...
La gloria di Gesù diventa la nostra: noi siamo glorificati, cioè diamo gioia a Dio e ne ricaviamo per noi godimento e pienezza, quando facciamo circolare le cose belle, buone e vere, le idee, le ricchezze, i sorrisi, l'amore, la creatività, la pace... Quando la nostra vita è comunione.
Nella Trinità c'è un sogno per l'umanità. Se Dio è Dio solo in questa comunione di doni, allora anche l'uomo sarà uomo solo nella comunione.

E questo contrasta con i modelli del mondo, dove ci sono tante vene strozzate che ostruiscono la circolazione della vita, e vene troppo gonfie dove la vita ristagna e provoca necrosi ai tessuti. Ci sono capitali accumulati che sottraggono vita ad altre vite; intelligenze cui non è permesso di fiorire e portare il loro contributo all'evoluzione dell'umanità...
Tutto circola nell'universo: pianeti e astri e sangue e fiumi e vento e uccelli migratori... È l'economia della vita, che si ammala se si ferma, che si spegne se non si dona.

L'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato.
(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Lo Spirito Santo prenderà del mio e ve lo annuncerà (Gv 16,15)
(vai al testo) - (---> pdf, formato A4, stampa f/r per A5)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (26/05/2013)
Lo Spirito vi guiderà a tutta la verità (Gv 16,13)
(vai al testo…)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
Nel vortice d'amore della Trinità (24/05/2013)

Commenti alla Parola:
•  di Luigi Vari (VP 4.2016)
•  di Marinella Perroni (VP 4.2013)
•  di Claudio Arletti (VP 4.2010)
•  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Giorgio Trevisan)


giovedì 19 maggio 2016

Visitare i malati


Riprendo l'approfondimento delle Opere di Misericordia attraverso le riflessioni di Enzo Bianchi, Priore di Bose, pubblicate su Vita Pastorale, cercando di "recuperare l'elementare grammatica dell'amore misericordioso di Dio".

Le opere di misericordia/6
Visitare i malati


Visitare, curare e assistere i malati è un'azione che prima o poi tocca a ognuno di noi.

Visitare i malati, oltre ad essere una decisione che esige responsabilità, richiede anche di vincere la paura, di accettare la propria impotenza, di rinunciare ad essere protagonisti, per stare accanto all'altro senza pretese e senza imbarazzi.



Tra tutte le azioni di misericordia corporale, quella di visitare i malati appare la più attestata nella storia del cristianesimo, anche perché tutte le altre azioni solitamente sono rivolte a corpi di uomini e donne che non fanno parte della propria famiglia, mentre visitare, curare e assistere i malati è un'azione che prima o poi tocca a ognuno di noi, almeno nei confronti di quelli legati a noi da parentela o con i quali viviamo. Tuttavia visitare i malati resta un'azione difficile, faticosa, sovente oggi tralasciata per molte ragioni che sembrano esonerarci dalla concreta azione, corpo a corpo, nei loro confronti.

Il malato sottratto ai "suoi"
Il processo di una crescente medicalizzazione, l'organizzazione settoriale della medicina e lo sviluppo scientifico hanno progressivamente sottratto il malato ai "suoi", così che, di fatto, tutti noi siamo obbligati ad affidarne ad altri la cura. […]
Ma chiediamoci: perché visitare gli infermi? Perché noi umani prima o poi siamo tutti segnati dall'infermità, dalla malattia, a volte passeggera, a volte un cammino verso la morte. Quando diventiamo malati, in qualche modo diventiamo poveri anche se eravamo ricchi, diventiamo deboli anche se eravamo forti, diventiamo bisognosi anche se eravamo autonomi. Dopo la solidarietà nel peccato, la seconda solidarietà universale che sperimentiamo e viviamo è quella dell'infermità. La malattia è parte integrante della nostra vita, la sofferenza non può essere rimossa, e comunque, per andarcene da questo mondo, quasi sempre dobbiamo passare attraverso una diminutio della forza, delle facoltà, della salute. […]
Il Signore però ci chiede non solo compassione ma anche misericordia, che è un impegno volontario, scelto e assunto per l'altro, per la sua salute e la sua vita. Un impegno che non si limita ai consanguinei, a quelli che amiamo, ma che deve dilatarsi e raggiungere anche chi è lontano da me, dalla mia fede, dalla mia cultura, dalla mia simpatia. Perché la misericordia non è un'emozione o un tratto del carattere, ma è un'assunzione di responsabilità fino a un concreto impegno verso gli altri, fossero anche lontani, estranei o nemici: quando accade la prossimità, l'incontro, nessuno può sottrarsi all'azione di misericordia, nel nostro caso all'assistere il malato.
[…]
Il malato non sia uno scarto
Al cristiano, ma più in generale ad ogni persona, si impone di compiere l'azione del visitare il malato, di andarlo a trovare, di non lasciarlo solo ma di dargli dei segni che mostrano come egli non sia abbandonato, non sia uno scarto perché non più munito delle forze e della salute. Quasi sempre - dobbiamo confessarlo - la fatica e la sofferenza della malattia sono aumentate proprio dalla solitudine, dall'isolamento, dalla scomparsa delle relazioni quotidiane con chi si ama. Il malato non misura solo la sua progressiva diminutio fisica e la sua accresciuta fragilità psichica, ma anche la distanza che la malattia ha creato tra sé e la vita di relazione, tra sé e gli altri.
Certo, visitare i malati, oltre ad essere una decisione consapevole che esige responsabilità, richiede anche di vincere la paura, di accettare la propria impotenza, di rinunciare ad essere protagonisti di buone azioni, per stare accanto all'altro senza pretese e senza imbarazzi. L'incontro con un malato, se avviene in verità, ci disarma e mette a confronto due impotenze, umanizzando così entrambi. L'incontro con il malato esige sempre disciplina: occorre saper tacere e saper parlare con discernimento, non imporre la propria visione e i propri desideri al malato, non finire per fare del malato un'occasione di protagonismo caritativo. […]
[…]
L'esperienza della sofferenza
E infine una raccomandazione: non si distingua tra i malati e si sradichi quella sciocca vulgata del dolore o della malattia innocente dei bambini piccoli. Non c'è dolore innocente o tutto il dolore è innocente, perché nessuno soffre una malattia per il peccato commesso. Quasi sempre è sproporzionato il dolore arrecato dalle sofferenze che si patiscono nella malattia. Il dolore e la sofferenza appartengono alla nostra condizione umana e colpiscono vecchi e bambini, uomini e donne, tutti. Per ora, finché viviamo, dobbiamo combattere le malattie con i mezzi che abbiamo: le medicine, certo, ma soprattutto i rapporti umani di cura, affetto, comunicazione, rispetto. Il malato, come il povero, ha una cattedra, un insegnamento per ciascuno di noi, perché ci fa conoscere la nostra debolezza e fragilità, la nostra capacità di resistenza, la necessaria sottomissione alla morte quando la resistenza non è più efficace.
[…]
Leggi tutto…

(Immagine: Visitare infirmos, Pitinghi 2008, San Miniato PI)

venerdì 13 maggio 2016

Lo Spirito… rimane, insegna, ricorda


Pentecoste (C)
Atti 2,1-11 • Salmo 103 • Romani 8,8-17 • Giovanni 14,15-16.23b-26
(Visualizza i brani delle Letture)
(Vedi anche i brani delle Letture della Messa vespertina della vigilia)

Appunti per l'omelia

Il Padre vi darà un altro Paràclito
Paraclito, che significa "Colui che è chiamato accanto". "Uno accanto a noi", a nostro favore, non "contro" di noi. Perché quando anche il cuore ci accusi, ci sia qualcuno più grande del nostro cuore: nostro Difensore. Perché quando siamo sterili e tristi, sia accanto come vento che porta pollini di primavera, come fuoco che illumina la notte: Creatore e Consolatore. Perché quando siamo soli, di solitudine nemica, sia colui che riempie la casa, il Dio vicino, che avvolge, penetra, fa volare ad altezze nuove i pensieri, dà slancio a gesti e parole, sulla misura di quelli di Cristo.

Rimarrà con voi per sempre, vi insegnerà ogni cosa, vi ricorderà tutto quello che vi ho detto
Tre verbi pieni di bellissimi significati profetici: rimanere, insegnare e ricordare.
Che rimanga con voi, per sempre.
Lo Spirito è già qui, ha riempito la casa. Se anche io non sono con Lui, Lui rimane con me. Se anche lo dimenticassi, Lui non mi dimenticherà. Nessuno è solo, in nessuno dei giorni.
Vi insegnerà ogni cosa.
Lo Spirito ama insegnare, accompagnare oltre verso paesaggi inesplorati, dentro pensieri e conoscenze nuovi; sospingere avanti e insieme: con lui la verità diventa comunitaria, non individuale.
Vi ricorderà tutto.
Vi riporterà al cuore gesti e parole di Gesù, di quando passava e guariva la vita e diceva parole di cui non si vedeva il fondo.

Venne all'improvviso dal cielo un vento che si abbatte impetuoso e riempì tutta la casa
Pentecoste è una festa rivoluzionaria di cui non abbiamo ancora colto appieno la portata. Il racconto degli Atti degli Apostoli lo sottolinea con annotazioni precise: venne dal cielo all'improvviso un vento impetuoso e riempì tutta la casa.
La casa dove gli amici erano insieme. Lo Spirito non si lascia sequestrare in luoghi particolari che noi diciamo riservati alle cose del sacro. Qui sacra diventa la casa. La mia, la tua, tutte le case sono ora il cielo di Dio.
Venne d'improvviso, e i discepoli sono colti di sorpresa, non erano preparati, non era programmato. Lo Spirito non sopporta schemi, è un vento di libertà, fonte di libere vite.

Apparvero lingue di fuoco che si posavano su ciascuno
Su ciascuno, su ciascuno di noi. Nessuno escluso, nessuna distinzione da fare. Tocca ogni vita, è creatore e vuole creatori; è fuoco e vuole per la sua Chiesa coscienze accese e non intorpidite o acquiescenti.

Lo Spirito porta in dono un sapore di totalità, di pienezza, di completezza che Gesù sottolinea per tre volte: insegnerà ogni cosa, ricorderà tutto, rimarrà per sempre.
E la liturgia fa eco: del tuo Spirito Signore è piena la terra.
In Lui l'uomo, e il cosmo, ritrovano la loro pienezza: abitare il futuro e la libertà, abitare il Vento e il Fuoco, come nomadi d'Amore.
(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Lo Spirito della verità vi insegnerà ogni cosa (Gv 14,26)
(vai al testo) - (---> pdf, formato A4, stampa f/r per A5)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (19/05/2013)
Lo Spirito Santo vi insegnerà ogni cosa (Gv 14,26)
(vai al testo…)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
Lo Spirito, forza di trasformazione radicale (17/05/2013)

Commenti alla Parola:
•  di Luigi Vari (VP 4.2016)
•  di Marinella Perroni (VP 4.2013)
•  di Claudio Arletti (VP 4.2010)
•  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Giorgio Trevisan)

giovedì 12 maggio 2016

Intervista sul diaconato a&nbspMons. Lucio Soravito De Franceschi,&nbspVescovo di Adria-Rovigo


Riprendo le interviste ai vescovi delle diocesi italiane sul diaconato permanente e i diaconi delle loro diocesi, pubblicate nella rivista L'Amico del Clero della F.A.C.I. (Federazione tra le Associazioni del Clero in Italia).
Le interviste sono curate da Michele Bennardo.

Michele Bennardo, diacono permanente della diocesi di Susa, ha conseguito il Dottorato in Teologia presso la Pontificia Università Lateranense. È professore di religione cattolica nella scuola pubblica e docente di Didattica delle competenze e di Didattica dell'Insegnamento della Religione Cattolica e Legislazione scolastica all'ISSR della Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, Sezione parallela di Torino. È autore di numerosi testi e articoli e dal 2005 collabora con L'Amico del Clero.

Ho riportato le varie interviste nel mio sito di testi e documenti.

Nel numero 6 (giugno 2015) de L'Amico del Clero è pubblicata l'intervista a Mons. Lucio Soravito De Franceschi , Vescovo di Adria-Rovigo (vescovo emerito dal 23/12/2015).

Alla domanda "Come giudica per la Chiesa, in generale, e per la diocesi di Adria-Rovigo, in particolare, il ripristino del diaconato permanente?", mons. Soravito ha risposto: «Io ho apprezzato molto positivamente che la Chiesa, con il Concilio Vaticano II, abbia ripristinato il ministero ordinato del diaconato permanente. La Chiesa lungo il corso della storia si è ispirata alla parola di Gesù, per trovare adeguate risposte alle esigenze dei tempi. Dopo il Concilio Vaticano II, sospinta dall'urgenza dell'annuncio della Parola e del servizio della carità, ha ripreso l'istituzione del diaconato, ispirandosi all'insegnamento di Gesù, che «non è venuto per farsi servire, ma per servire» (Mt 20,28), e all'esempio degli apostoli.
Il diacono è un "segno" di Cristo, che vive in mezzo a noi "come colui che serve", come ci ha insegnato l'apostolo Paolo: «Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo e divenne simile agli uomini» (Fil 2,6-7).
Anche le Chiese del Triveneto, consapevoli di accogliere un dono dello Spirito, hanno avuto modo di sperimentare da alcuni decenni, con gioiosa gratitudine, la presenza del diaconato permanente. La diocesi di Adria-Rovigo ha potuto sperimentare la gioia dei primi diaconi permanenti solo cinque anni fa. Attualmente i diaconi permanenti in questa diocesi sono sei.
Il ripristino di questo servizio, auspicato dal Concilio Ecumenico Vaticano II (cf. Lumen Gentium, 29) e attuato successivamente nelle Chiese particolari, ha contribuito a maturare nelle nostre comunità una più intensa concezione "ministeriale" del cristiano e ha portato in esse la ricchezza di una specifica grazia sacramentale. Inoltre ha consentito di individuare delle linee comuni che, mentre attuano fedelmente le indicazioni anche recenti del Magistero, cercano di rispondere in modo concreto alla sensibilità e alle esigenze specifiche delle nostre comunità».

E alla domanda: "Quali iniziative ritiene si possano intraprendere, a livello di pastorale vocazionale diocesana, per incrementare il numero di diaconi permanenti?", ha risposto: «Per incrementare il numero dei diaconi permanenti, io ritengo che sia necessario parlare di questo servizio ministeriale negli incontri parrocchiali, vicariali e diocesani degli operatori pastorali, dei genitori e dei gruppi giovanili. La scarsa conoscenza che i fedeli hanno di questo ministero ordinato esige un forte impegno per far comprendere alle comunità cristiane cos'è veramente il diaconato. Tale comprensione potrà realizzarsi favorendo nelle nostre comunità la comunione come sinodalità e missionarietà».

Vai all'intervista…

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