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venerdì 25 giugno 2021

Credere è lasciarsi sanare da Dio


13a domenica del Tempo Ordinario (B)
Sapienza 1,13-15; 2,23-24 • Salmo 29 • 2Corinzi 8,7.9.13-15 • Marco 5,21-43
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

"Figlia, la tua fede ti ha salvato!" (Mc 5,34). "Non temere, soltanto abbi fede!" (Mc 5,36).
È la risposta di Gesù a due persone che, colpite dalla malattia e dalla sofferenza, si avvicinano a Gesù: la donna affetta da "perdite di sangue da dodici anni" e che "aveva molto sofferto per opera di molti medici" (Mc 5,25-26); il padre della ragazza in fin di vita, Giairo, che gettandosi ai piedi di Gesù lo supplica perché imponga le mani alla figlia e la guarsca (cf. Mc 5,22-23).
Due persone che si accostano a Gesù perché sanno in cuor loro che Lui può esaudirle. È la fede che li spinge a tanto: per la donna, a credere che basti toccare il lembo del mantello del Maestro per essere guarita, attraversando il muro di folla che si accalca attorno a Gesù; per il padre, a contunuare a credere oltre ogni evidenza, al di là della morte annunciata della figlioletta.
Gesù guarda il cuore delle persone e si fa carico delle loro sofferenze. Si è fatto uno di noi: "da ricco che era, si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà" (cf. 2Cor 8,9; II lettura). Si è "svuotato" della sua condizione divina per prendere su di sé la nostra condizione umana, facendosi nostro servitore (cf. Fil 2,7) e donandoci quella Vita che ci rende immortali. Infatti, "Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi". "La morte è entrata nel mondo per opera del diavolo" (cf. Sap 1,13-15;2,23-24; I lettura).
La nostra condizione di sofferenza e di morte non è voluta da Dio. Ma Lui stesso, facendosene carico nella persona del Figlio, ci dà la possibilità di riscattarci, ridonandoci la piena dignità di figli di Dio. Lui stesso cammina con noi, portando con noi le nostre croci, facendo sua la nostra sofferenza, facendo sua la nostra morte perché potessimo sperimentare la pienezza della Vita, nella luce del Risorto.
La nostra vita è un cammino di fede che ci permette di fidarci e di affidarci al Signore Gesù: Lui ci guiderà nelle braccia del Padre.
Quello della nostra fede è un cammino silenzioso, un a tu per tu col Signore, non un'autoreferenzialità orgogliosa per il dono ricevuto, quasi fossimo superiori a chi si professa non credente, dimenticando che apparteniamo a Cristo per essere come Lui e con Lui suoi testimoni nel mondo, percorrendo la sua stessa strada.

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Figlia, la tua fede ti ha salvata (Mc 5,34)
(vai al testo…)

PDF formato A4, stampa f/r per A5:



Parola-sintesi proposta a suo tempo pubblicata:
• Non temere, soltanto abbi fede! (Mc 5,36) - (01/07/2018)
(vai al testo…)
• Non temere, soltanto abbi fede! (Mc 5,36) - (28/06/2015)
(vai al testo…)
• Figlia, la tua fede ti ha salvata (Mc 5,34) - (01/07/2012)
(vai al testo…)
• Non temere; soltanto continua ad aver fede! (Mc 5,36) - (28/06/2009)
(vai al post "Abbandonati in Lui")

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
•  La fede: tocco intimità sequela, non fenomeno di massa (29/06/2018)
•  Alzati! Torna a ricevere e dare amore (26/06/2015)
•  La vita, dono della fede (29/06/2012)

Commenti alla Parola:
•  di Antonio Savone" (VP 6.2021)
•  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 7.2018)
•  di Luigi Vari (VP 5.2015)
•  di Claudio Arletti (VP 5.2009)
•  di Enzo Bianchi
•  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano
•  di Letture Patristiche della Domenica

(Immagine: L'emorroissa guarita, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2012)

lunedì 21 giugno 2021

Con occhi puri


21 giugno – San Luigi Gonzaga

Nella memoria di San Luigi Gonzaga (di cui porto il nome), quest'anno (lunedì della 12a settimana del T.O.) viene proposto questo brano del vangelo (Mt 7,1-15):
«Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi.
Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? O come dirai al tuo fratello: "Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio", mentre nel tuo occhio c'è la trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello».


Il brano del Vangelo proposto mi ricorda di avere nei confronti del mio prossimo un occhio di misericordia, senza giudizio preconcetto. Per vedere tutti con occhi nuovi occorre, nel togliere la trave dal mio occhio, avere occhi limpidi, puri, che sappiano vedere persone e avvenimento con gli occhi di Dio.

Chiedo a San Luigi, che ha saputo offrire a Dio la sua vita amando i fratelli più bisognosi, di aiutarmi ad avere occhi che sappiano vedere e accogliere ogni sofferenza, come ha fatto lui, amando ogni persona con cuore puro, vedendo in tutti il volto di Gesù che ritiene fatto a sé ogni cosa fatta anche al più piccolo.

Altri post "San Luigi Gonzaga"…

venerdì 18 giugno 2021

La fede è l'antidoto alla paura


12a domenica del Tempo Ordinario (B)
Giobbe 38,1.8-11 • Salmo 106 • 2Corinzi 5,14-17 • Marco 4,35-41
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

"Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva" (Mc 4,36). Ma come poteva dormire in una sirtuazione di estrema emergenza come quella in cui si trovavano i dodici, travolti dalla tempesta del lago, in balia delle onde col rischio di affondare? Eppure l'evangelista Marco ce lo fa notare. Chissà, forse un sonno voluto o, come spesso accade nei racconti evangelici, la narrazione del fatto ci rimanda ad un significato più profondo.
I discepoli, quelli più intimi, sono assaliti dalla paura di perdersi nei flutti. Eppure hanno vissuto con Gesù. A loro il Maestro ha svelato i segreti del Padre. Eppure… E questa è una costante, fino alla fine, sul Golgota.
L'esperienza dei dodici è il riflesso di una situazione che ognuno di noi sperimenta: dove è Dio nel momento della prova? Perché dorme? Che forse non gli importa della nostra situazione? Purtroppo spesso anche noi ragioniamo così. Ma Dio non è assente, mai, nella nostra vita. La sua presenza è costante, anche se misteriosa. A Lui interessa tutto di noi! Per questo si è fatto uno di noi! E non per farci restare nelle nostre paure ma per portarci nella sua dimensione, farci partecipi di tutto se setsso.
L'agire di Dio nella storia è come il seme. Ha i suoi tempi, la sua logica… perché è il seme in sé che ha la capacità di crescere, sapendo di dover morire per dare nuova vita (cf. Gv 12,24-25). Saper vedere le cose e gli avvenimenti della storia con gli occhi e il cuore di Dio: questo ci viene chiesto per essere testimoni credibili, oggi, della sua presenza nelle vicende umane. Il male non ha la meglio. È stato posto un argine invalicabile all'orgoglio delle sue onde (cf. Gb 38,8-11; I lettura).
È evidente, tuttavia, il contrasto tra la calma di Gesù e l'agitazione e la paura dei dodici. Il sonno di Gesù è simile a quello dell'agricoltare che, deposto il seme, attende lo sviluppo al di là di ogni situazione esterna (cf. Mc 4,26-29). Gesù sulla barca, in mezzo alle onde, è fra le braccia del Padre. In questo atteggiamento è l'icona vivente della fede, quell'abbandono di ogni preoccupoazione nelle braccia del Padre (cf. 1Pt 5,7) che consente di vincere il panico e l'angoscia. Come la tempesta è il riflesso dell'animo dei dodici. Il vento scuote i discepoli come muove le onde del mare.
È la fede che manca. Essa è l'antidoto al senso di abbandono che ci attanaglia l'anima. Anche di fronte alla morte. Gesù stesso ha provato sgomento e angoscia per la sua tragica fine, ma si è abbandonato nelle mani del Padre (cf. Lc 23,46).
Il contrario della paura non è il coraggio, bensì la fede nella presenza, sia pur misteriosa, di Dio nella storia e nell'esistenza di ciascuno. Gesù è venuto per farci partecipi della sua Vita, quella della Trinità. Infatti, "l'amore di Cristo ci possiede", scrive Paolo, Così che "se uono è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco ne sono nate di nuove" (cf. 2Cor 5,14-17; II lettura).

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Perché avete paura? Non avete ancora fede? (Mc 4,40)
(vai al testo…)

PDF formato A4, stampa f/r per A5:


Parola-sintesi proposta a suo tempo pubblicata:
• Passiamo all'altra riva (Mc 4,35) - (11/05/2015)
(vai al testo…)
• Se uno è in Cristo, egli è una nuova creatura (2Cor 5,17) (2Cor 5,17) - (21/06/2009)
(vai al post "Divina trasformazione")

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
•  Dio non interviene al posto mio, ma insieme a me (19/05/2015)

Commenti alla Parola:
•  di Antonio Savone" (VP 6.2021)
•  di Luigi Vari (VP 5.2015)
•  di Claudio Arletti (VP 5.2009)
•  di Enzo Bianchi
•  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano

(Immagine: La tempesta sedata, Bernadette Lopez)

martedì 1 giugno 2021

Felicità donata e sperimentata


Parola di Vita - Giugno 2021
(Clicca qui per il Video del Commento   -   oppure...)

«Non chiunque mi dice: «Signore, Signore», entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21).

Questa frase del vangelo di Matteo fa parte della conclusione del grande Discorso della montagna, in cui Gesù, dopo aver proclamato le Beatitudini, invita i suoi ascoltatori a riconoscere la vicinanza amorevole di Dio e indica come agire di conseguenza: scoprire nella volontà del Padre la direttissima per raggiungere la piena comunione con Lui, nel suo Regno.

«Non chiunque mi dice: "Signore, Signore", entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli».

Ma cosa è la volontà di Dio? Come possiamo conoscerla?
Così Chiara Lubich ha condiviso la sua scoperta: «[…] La volontà di Dio è la voce di Dio che continuamente ci parla e ci invita; è un filo o, meglio, una trama d'oro divina che tesse tutta la nostra vita terrena e oltre; è il modo di Dio di esprimerci il suo amore, amore che chiede una risposta perché egli possa compiere nella nostra vita le sue meraviglie. La volontà di Dio è il nostro dover essere, il nostro vero essere, la nostra piena realizzazione. […] Ripetiamo allora ogni attimo di fronte ad ogni volontà di Dio dolorosa, gioiosa, indifferente: "Sia fatta". […] scopriremo che queste due semplici parole saranno una spinta potente, come una pedana di lancio, per fare con amore, con perfezione, con totale dedizione ciò che dobbiamo fare. […] E comporremo attimo dopo attimo il meraviglioso, unico e irripetibile mosaico della nostra vita che il Signore da sempre ha pensato per ciascuno di noi: egli, Dio, a cui s'addicono solamente cose belle, grandi, immense, nelle quali anche ogni più piccola parte, come un atto d'amore, ha senso e splende, così come i fiori minuscoli e variopinti hanno il loro perché nella sconfinata bellezza della natura» [1].

«Non chiunque mi dice: "Signore, Signore", entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli».

Secondo il vangelo di Matteo, la Legge per eccellenza del cristiano consiste nella misericordia, che porta a pienezza ogni espressione di culto e di amore per il Signore. Questa Parola ci aiuta ad aprire il nostro rapporto con Dio, certamente personale e intimo, alla dimensione fraterna, attraverso gesti concreti. Ci spinge ad "uscire" da noi stessi per portare riconciliazione e speranza agli altri.
Un gruppo di ragazzi di Heidelberg (Germania) offre questa testimonianza: «Come far sperimentare anche ai nostri amici che la chiave per la felicità si trova nel donarsi agli altri? È da qui che siamo partiti per lanciare la nostra nuova azione intitolata: "Un'ora di felicità". L'idea è molto semplice: si tratta di far felice un'altra persona, almeno per un'ora al mese. Abbiamo iniziato con chi ci sembrava avesse più bisogno di amore e, dovunque abbiamo offerto la nostra disponibilità, ci siamo visti spalancare le porte! E così, eccoci in un parco per portare a spasso alcuni anziani su sedie a rotelle, in ospedale, dove abbiamo giocato con i bambini ricoverati o fatto sport con portatori di handicap. Loro erano felicissimi, ma come promette l'azione: noi lo eravamo ancora di più! Ed i nostri amici invitati a partecipare? Dapprima incuriositi, ora che hanno provato a dare felicità, sono d'accordo con noi: la felicità sì dona e, detto fatto, si sperimenta!».

Letizia Magri

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[1] C. Lubich, Collegamento telefonico, 27 febbraio 1992, in eadem, Conversazioni in collegamento telefonico, a cura di M. Vandeleene (Opere di Chiara Lubich 8/1; Città Nuova, Roma 2019) pp. 446-448.

Fonte: https://www.focolaritalia.it/


sabato 1 maggio 2021

Rimanere nell'amore per generare vita


Parola di Vita - Maggio 2021
(Clicca qui per il Video del Commento   -   oppure...)

«Dio è amore; chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1Gv 4,16).

"Dio è amore": è la definizione più luminosa di Dio nella Scrittura che compare solamente due volte e proprio in questo testo, una lettera o forse un'esortazione, che riecheggia il quarto Vangelo. L'autore infatti è un discepolo che testimonia la tradizione spirituale dell'apostolo Giovanni. Egli scrive ad una comunità cristiana del primo secolo, che purtroppo stava già affrontando una delle prove più dolorose, cioè la discordia, la divisione sia sul piano della fede che della testimonianza.
Dio è amore: Egli vive in se stesso la pienezza della comunione come Trinità e trabocca questo amore sulle sue creature. A quanti lo accolgono dà il potere di diventare suoi figli [1], con il suo stesso DNA, capaci di amare. E il suo è un amore gratuito, che libera da ogni paura e timidezza [2].
Perché poi si realizzi la promessa della reciproca comunione: noi in Dio e Dio in noi, occorre però "rimanere" in questo stesso amore attivo, dinamico, creativo. Per questo i discepoli di Gesù sono chiamati ad amarsi gli uni gli altri, a dare la vita, a condividere i propri beni con chiunque sia nel bisogno. Con questo amore la comunità rimane unita, profetica, fedele.

«Dio è amore; chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui».

È un annuncio forte e chiaro anche per noi, oggi, che ci sentiamo a volte travolti da eventi imprevedibili e difficilmente controllabili, come la pandemia o altre tragedie personali o collettive. Ci sentiamo smarriti e spaventati e forte è la tentazione di chiuderci in noi stessi, di innalzare muri per proteggerci da chi sembra minacciare le nostre sicurezze, piuttosto che costruire ponti per incontrarci.
Come è possibile continuare a credere nell'amore di Dio in queste circostanze? È possibile continuare ad amare?
Josiane, libanese, era lontana dal suo Paese quando ha saputo della terribile esplosione al porto di Beirut, nell'agosto 2020. Confida a chi come lei vive la Parola di vita: «In cuore ho provato dolore, collera, angoscia, tristezza, smarrimento. È fortissima la domanda: non basta tutto quello che il Libano ha vissuto finora? Pensavo a quel quartiere raso al suolo, dove sono nata ed ho vissuto; dove parenti e amici ora sono morti, feriti o sfollati; dove palazzi, scuole, ospedali che conosco molto bene, sono ormai distrutti. Ho cercato di stare vicina alla mamma e ai fratelli, di rispondere ai moltissimi messaggi di tante altre persone che dimostravano vicinanza, affetto, preghiera, ascoltando tutti in questa ferita profonda che si era aperta. Volevo credere e CREDO che questi incontri con chi soffre sono un richiamo a rispondere con l'amore che Dio ha messo nel nostro cuore. Oltre le lacrime ho scoperto una luce nei tanti libanesi, spesso giovani, che si sono rialzati, si sono guardati attorno e hanno portato soccorso a chi era nel bisogno. È nata in me la speranza che ci siano giovani disposti ad impegnarsi seriamente anche nella politica, perché convinti che la soluzione sia la via del dialogo vero, della concordia, dello scoprirsi - perché lo siamo - fratelli».

«Dio è amore; chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui».

Un prezioso suggerimento per vivere questa Parola del Vangelo ce lo offre Chiara Lubich: «Non si può più separare la croce dalla gloria, non si può separare il Crocifisso dal Risorto. Sono due aspetti dello stesso mistero di Dio che è Amore [3]. […] Una volta fatta l'offerta, cerchiamo di non pensarci più, ma di compiere quanto Dio vuole da noi, là dove siamo: […] cerchiamo di amare gli altri, i prossimi che ci stanno attorno. Se così faremo, potremo sperimentare un effetto insolito e insperato: la nostra anima è pervasa di pace, di amore, anche di gioia pura, di luce. […]. E, ricchi di questa esperienza, potremo aiutare più efficacemente tutti i fratelli nostri a trovar beatitudine fra le lacrime, a trasformare in serenità ciò che li travaglia. Diventeremo così strumenti di gioia per molti, di felicità, di quella felicità a cui ambisce ogni cuore umano» [4].

Letizia Magri

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[1] Cf.Gv1,12;1Gv3,1.
[2] Cf. 1Gv 4,18.
[3] Cf. 1Gv 4,10.
[4] C. Lubich, Parola di Vita gennaio 1984, in eadem, Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi (Opere di Chiara Lubich 5; Città Nuova, Roma 2017) pp. 279-281.

Fonte: https://www.focolaritalia.it/


venerdì 23 aprile 2021

Conosciuti al modo di Dio


4a domenica di Pasqua (B)
Atti 4,8-12 • Salmo 117 • 1 Giovanni 3,1-2 • Giovanni 10, 11-18
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

"Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la vita per le pecore" (Gv 10,11).
Dà la vita chi ama. "Non c'è amore più grande, infatti, di chi dà la vita per i propri amici", ha detto Gesù (cf. Gv 15,13).
Per dare tutto di sé, per amare veramente, occorre sintonia, comunione, un "farsi uno", un identificarsi con l'altro. Ed è quello che ha fatto Gesù. Tutto il contrario, invece, di chi agisce per interesse o per denaro, come il mercenario, a cui non interessano le persone ma solo se stesso e il prezzo della prestazione.
Esame di coscienza per chi ha un incarico "pastorale" nella comunità!
Gesù ci conosce nel profondo e coloro che accolgono il suo invito, hanno la grazia di entrare in relazione profonda con lui. "Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me", dice Gesù. È un conoscersi che ha la sua radice nella relazione divina tra il Padre e il Figlio (cf. Gv 10,14-15). Ascoltare la voce del Pastore è per le pecore accogliere le sue parole; e sono parole che trasformano la vita!
Chi ha la grazia di fare questa esperienza, non può chiudersi in "recinti" privilegiati, ma acquista il modo di sentire di Dio, che ama tutti, buoni e cattivi (cf. Mt 5,45), e tutti attende (cf. Lc 15,20).
La nostra esperienza di chiesa non sempre ha avuto questo orizzonte universale. Abbiamo spesso innalzato steccati, credendo di difendere la verità, ben sapendo che Colui che si è definito la Verità si è "difeso" in altro modo, dando la propria vita.
"Ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore" (Gv 10,16). Un solo gregge, non un solo recinto!
Quanta libertà nell'agire di Dio!
"Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!" (1Gv 3,1; II lettura).
Chi ha conosciuto Dio, ha da Lui imparato ad agire secondo la sua logoca, che non è quella del mondo.

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me (Gv 10,14)
(vai al testo…)

PDF formato A4, stampa f/r per A5:


Parola-sintesi proposta a suo tempo pubblicata:
• Io sono il buon pastore (Gv 10,14) - (22/04/2018)
(vai al testo…)
• Ascolteranno la mia voce (Gv 10,16) - (26/04/2015)
(vai al testo…)
• Io sono il buon pastore ( Gv 10,11) - (29/04/2012)
(vai al testo…)
• Il buon pastore dà la vita per le pecore (Gv 10,11) - (03/05/2009)
(vai al post "Dare la vita")

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
•  La vita di Gesù …e del discepolo: un dono d'amore (21/04/2018)
•  Gesù ci "conosce" come il Padre "conosce" lui (24/04/2015)
•  Conosciuti da Lui (27/04/2012)

Commenti alla Parola:
•  di Antonio Savone" (VP 4.2021)
•  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 4.2018)
•  di Luigi Vari (VP 4.2015)
•  di Marinella Perroni (VP4.2012)
•  di Claudio Arletti (VP 4.2009)
•  di Enzo Bianchi
•  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano
•  di Letture Patristiche della Domenica

mercoledì 21 aprile 2021

Un arteniese diacono permanente


In occasione dell'anniversario della mia odinazione diaconale, mi è venuto tra le mani il Bollettino parrocchiale di Artegna (UD), la parrocchia dove sono nato e dove abitava la mia famiglia. In quella occasione anche il parroco don Gelindo Lavaroni ha voluto partecipare a Trieste, città dove sono stato ordinato e dove oggi risiedo. Era suo desiderio che fossi presente, l'otto settenbre di quell'anno (1991), alla celebrazione della natività di Maria, titolare della pieve di Artegna, intitolata appunta a "Santa Maria Nascente". E così è stato, con grande partecipazione di fedeli.
Nel numero di luglio 1991 del Bollettino parrocchiale, "L'Angelo di S. Martino", viene riportata la notizia della mia ordinazione, con anche un articoletto di mio padre, invitato a condividere le sue impressioni e quanto ha provato in cuore all'ordinazione del figlio.


Un arteniese diacono permanente
È Luigi Vidoni di Ennio, sposato con due figli. Lo ha consacrato il Vescovo di Trieste la sera del 20 aprile, nella chiesa di S. Marco evangelista alla presenza della moglie, dei figli, del padre Ennio, della madrina, dei fratelli, di diversi altri diaconi e sacerdoti triestini, del parroco di Artegna con don Luigi Peressutti e don Diego Armellini della nostra diocesi, e una entusiasta folla di parrocchiani di S. Marco di Trieste.
Nella chiesa del dopo Concilio il diacono permanente è orientato a muovere lo sviluppo di comunità «a misura d'uomo» nelle quali sia possibile l'individuazione dei concreti bisogni e il servizio come condivisione. Nell'ambito delle comunità umane, il diacono è chiamato ad essere il segno di Cristo servo di tutti gli ambienti dove gli uomini vivono, lavorano, soffrono, gioiscono, lottano per la giustizia.
Abbiamo invitato Luigi ad esercitare per una prima volta il suo diaconato per la festa del nostro titolare che quest'anno celebreremo proprio l'otto settembre.

I pensieri di un padre
Confesso di aver provato un po' di ritrosia, per un comprensibile riserbo, nel dire quali sentimenti provi un padre di fronte all'ordinazione a diacono di un figlio (e con famiglia per giunta). Del resto Luca ci riferisce che anche Maria custodiva gelosamente ricordi del Figlio (e il riferimento non sembri irriverente e presuntuoso). Dirò semplicemente con le parole di Elisabetta: «a che devo questa visita?» (perché tale la considero). Non aggiungerei altro se fare il diacono fosse soltanto una scelta personale, se a questo dono non fosse coinvolta, quale sua espressione, tutta la comunità dalla quale proviene.
E la comunità parrocchiale di S. Marco Evangelista dei Sacramentini di Trieste, con la sua grandiosa partecipazione alla cerimonia dell'ordinazione ha voluto così dimostrare di aver condiviso con lui anche il lungo cammino di preparazione e di riflessione, presentandolo così e accompagnandolo al Vescovo. Quest'ultimo (che sull'altare era attorniato da numerosi sacerdoti e diaconi) nell'omelia della consacrazione ha affermato che «il diacono viene eletto e consacrato per rendere visibile la Carità, farla camminare tra la gente con il volto, i gesti e la parola del Signore Gesù ed incatenare l'uomo alla vera vita», perché l'impegno pastorale del diacono è di servizio al vangelo, specie nei contatti con famiglie e nelle case, favorendo inoltre incontri domestici di preghiera, oltre ad essere chiamato uomo di pace e di dialogo con particolare attenzione ai più bisognosi materialmente e spiritualmente, e per dirla con parole dell'interessato che il servizio «non si esaurusce nel fare determinate cose, ma tocca il senso stesso di una vera animazione della comunità ecclesiale».
Nei primi secoli di storia della chiesa il diacono è sempre stato un personaggio importante, ma poi per secoli è stato solo una tappa del cammino verso il sacerdozio. Col Concilio Vaticano II la Chiesa, ripristinando questo servizio con proporre la figura del Diacono permanente, ha elargito un grande dono alla comunità dei fedeli.
Ennio Vidoni


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